Martedì 3 marzo, durante una puntata di Italo Munot (qui la registrazione), in cui ero ospite, ho parlato molto del tema donne della Bibbia. E' un argomento a cui tengo molto, per questo ho pensato di dedicare questo spazio a loro, le donne nella Chiesa in simbiosi con le donne bibliche. Per rendere questo 8 marzo meno polemico possibile ma più utile.
L’8 marzo è diventato, negli ultimi anni, un terreno ambiguo, quasi di lotta. Da un lato celebra(va) la dignità femminile, dall’altro rischia di trasformarsi in un contenitore di slogan che non parlano davvero alle donne, il cui unico intento è quello di denigrare l'uomo e allo stesso tempo creare lotte tra le stesse donne. Si esalta una libertà che spesso coincide con l’isolamento, un’emancipazione che chiede di rinnegare la differenza (andando contro la scienza stessa), una forza che si misura solo nella competizione.
Eppure, la storia della salvezza custodisce un’altra narrazione, quella di donne che hanno cambiato il mondo non imitando gli uomini, non volendo essere esattamente come loro (o di più), ma vivendo fino in fondo la loro vocazione. La Chiesa, quando è fedele al Vangelo, non riduce la donna a un ruolo, ma la riconosce pienamente con tutti i suoi doni e le sue meraviglie. Ecco che la Bibbia diventa il primo luogo dove questa verità si manifesta con una potenza sorprendente. Le donne della Bibbia hanno questa forza che nasce dalla relazione con Dio.
Il mondo tende a sottolineare quanto la donna nella Chiesa sia marginale, maltrattata e non considerata, ciò sottolinea quanto poco abbiano compreso la nostra fede. La Scrittura non presenta figure femminili marginali o decorative. Presenta donne che, pur immerse in contesti tutt'altro che semplici, diventano decisive nella storia di Dio con l’umanità.
Eva: l’origine della relazione
Eva non è la caricatura della tentatrice, ma la prima chiamata alla comunione. È aiuto che gli corrisponda, cioè presenza capace di completare, custodire, generare. La sua vocazione è la relazione, non la subordinazione.
Sara: la fede che matura nel tempo
Sara attraversa la prova dell’attesa, dell’incredulità, del limite. Eppure diventa madre di un popolo. La sua storia insegna che la fecondità femminile non è solo biologica, ma spirituale, nasce dalla fiducia.
Miriam: la voce che guida
Sorella di Mosè, Miriam canta la liberazione e guida il popolo con la sua parola. È profetessa, cioè donna che interpreta la storia alla luce di Dio. La sua forza è la memoria della salvezza.
Rut: la fedeltà che costruisce futuro
Rut non è israelita, eppure entra nella genealogia di Cristo. La sua storia mostra che la donna è capace di generare futuro attraverso la fedeltà concreta, quotidiana, silenziosa.
Anna: il dolore trasformato in preghiera
Anna porta nel tempio la sua amarezza e la consegna a Dio. La sua maternità nasce da un cuore che non si chiude nella frustrazione, ma la trasfigura.
Maria: la pienezza della vocazione femminile
In Maria la donna raggiunge la sua verità più alta: accoglienza senza passività, coraggio senza aggressività, presenza senza dominio. È madre, discepola, donna forte, donna libera. In lei la femminilità diventa luogo in cui Dio entra nel mondo.
Queste sono solo una micro parte delle donne presenti nella Bibbia e sono già un immenso tesoro (altre le trovate nelle guide di quaresima e tutte insieme saranno presenti in un libro dedicato a loro), eppure il femminismo tossico, rende queste donne una banale caricatura.
Oggi molte narrazioni femministe, hanno preso una piega che non libera, ma appesantisce oppure, addirittura, storpia la realtà (avevo parlato molto di femminismo pagano in questo video).
Propongono una donna forte solo se autosufficiente, come se la relazione fosse un limite. Pretendono libertà e parità, ma se una donna decide di stare a casa per occuparsi della famiglia, apriti cielo... ecco che quella libertà ha un solo senso, quello delle loro idee.
Considerano la maternità un ostacolo, non una possibilità. Donare la vita diventa secondario, lasciando il primo posto alla lotta per poterla togliere quando "indesiderata".
Trasformano la differenza sessuale in un problema da cancellare. Qualcosa che, invece di essere una fonte inesauribile di grazia, deve essere abolito.
Esaltano la rabbia come forma di potere. Urlare, far tacere chi ha idee diverse, attaccare, sbraitare...come se queste fossero le uniche modalità utilizzabili.
Chiedono alla donna di diventare ciò che non è: un uomo 2.0. Ritenendo anche che un uomo possa essere una donna per il solo fatto di volersi definire tale (tanto che provita e famiglia, ha creato una maglietta apposita per questa occasione).
Esaltano il piacere personale come base per l'emancipazione e il pieno controllo di sè. Rendendo il tutto un mero atto egoistico e fine a se stesso.
Questa visione non è emancipazione, ma una nuova forma di pressione sociale. La donna viene liberata da tutto, tranne che dall’obbligo di essere perfetta, performante, invulnerabile, una dea.
Il risultato è una femminilità stanca, frammentata, spesso arrabbiata. Una donna che non si sente più autorizzata a essere ciò che è: relazione, cura, intelligenza integrativa, generatività. Chiudendosi o fingendo di essere altro per non farsi massacrare verbalmente, o peggio...
Nella Bibbia, la custodia non è servilismo, ma responsabilità, anzi, è un modo di esercitare autorità attraverso la cura.
In Genesi, uomo e donna ricevono insieme il compito di custodire il creato.
Maria custodisce nel cuore, cioè interpreta, integra, trasforma.
Le Myrofore custodiscono il corpo di Cristo e ricevono la Risurrezione.
La custodia, possiamo dire che è una forma di leadership femminile:
non comanda, ma sostiene;
non impone, ma rende possibile;
non domina, ma fa vivere.
Ecco che la visione cristiana diventa l'alternativa sana. Dove è possibile vivere la propria vocazione in pienezza, senza sentirsi sbagliate o giudicate ma accolte.
La Chiesa non propone un modello unico di donna, ma una vocazione, essere segno di vita, di comunione, di dono.
Non è un ruolo sociale, ma una chiamata spirituale che si incarna in modi diversi; nella maternità, nella consacrazione, nel lavoro, nella missione, nella creatività, nella cura, nella testimonianza.
La donna cristiana non è passiva, non è nemmeno marginale, ancor meno di serie B.
È colei che custodisce, integra, genera, riconcilia; è presenza che tiene insieme ciò che rischia di disperdersi. È sguardo che vede lontano, un cuore che accoglie, intelligenza che unisce.
Papa Pio XII disse che "La donna è il capolavoro della creazione"; Papa Francesco disse che "La vocazione femminile non è un compito imposto, ma una promessa: vivere pienamente ciò che si è, senza imitare nessuno".
In quest'ottica, proporrei una nuova festa della donna, spostandola solo di qualche settimana; la vera festa della donna dovrebbe essere, per noi, la Domenica delle Myrofore.
Se l’8 marzo è diventato un simbolo ambiguo, la tradizione offre una data molto più adatta per celebrare la donna, la terza domenica di Pasqua, quando la Chiesa ortodossa ricorda le Sante Myrofore, le donne che portarono gli aromi al sepolcro, le donne dell'annuncio.
Vi ho già parlato di loro ma non se ne parla mai abbastanza.
Le Myrofore sono le prime testimoni della Risurrezione, sono coloro che ricevono l’annuncio più grande della storia. Sono sempre loro che diventano apostole per gli apostoli.
C'è però una grande differenza con il femminismo di oggi, le Myrofore non rivendicano potere, non urlano slogan, nè cercano visibilità. Quando Gesù ha scelto loro, non hanno rivendicato la grandezza delle donne. Sono andate al sepolcro per amore, per fedeltà, per cura.
E proprio lì, in quel gesto tipicamente femminile di prendersi cura del corpo di Cristo, ricevono la rivelazione che cambia il mondo.
La loro festa è, a mio avviso, la vera festa della donna.
E' una celebrazione della femminilità che custodisce, che non fugge davanti alla morte, che rimane quando tutto sembra perduto, che diventa la prima voce della speranza.
Le Myrofore sono il contrario della donna tossica che la cultura contemporanea propone costantemente, soprattutto ai nostri giovani.
Sono donne che non imitano nessuno, ma vivono la loro vocazione fino in fondo in modo pieno. Per questo diventano le prime annunciatrici del Vangelo.
non comanda, ma sostiene;
non impone, ma rende possibile;
non domina, ma fa vivere.
Ecco che la visione cristiana diventa l'alternativa sana. Dove è possibile vivere la propria vocazione in pienezza, senza sentirsi sbagliate o giudicate ma accolte.
La Chiesa non propone un modello unico di donna, ma una vocazione, essere segno di vita, di comunione, di dono.
Non è un ruolo sociale, ma una chiamata spirituale che si incarna in modi diversi; nella maternità, nella consacrazione, nel lavoro, nella missione, nella creatività, nella cura, nella testimonianza.
La donna cristiana non è passiva, non è nemmeno marginale, ancor meno di serie B.
È colei che custodisce, integra, genera, riconcilia; è presenza che tiene insieme ciò che rischia di disperdersi. È sguardo che vede lontano, un cuore che accoglie, intelligenza che unisce.
Papa Pio XII disse che "La donna è il capolavoro della creazione"; Papa Francesco disse che "La vocazione femminile non è un compito imposto, ma una promessa: vivere pienamente ciò che si è, senza imitare nessuno".
In quest'ottica, proporrei una nuova festa della donna, spostandola solo di qualche settimana; la vera festa della donna dovrebbe essere, per noi, la Domenica delle Myrofore.
Se l’8 marzo è diventato un simbolo ambiguo, la tradizione offre una data molto più adatta per celebrare la donna, la terza domenica di Pasqua, quando la Chiesa ortodossa ricorda le Sante Myrofore, le donne che portarono gli aromi al sepolcro, le donne dell'annuncio.
Vi ho già parlato di loro ma non se ne parla mai abbastanza.
Le Myrofore sono le prime testimoni della Risurrezione, sono coloro che ricevono l’annuncio più grande della storia. Sono sempre loro che diventano apostole per gli apostoli.
C'è però una grande differenza con il femminismo di oggi, le Myrofore non rivendicano potere, non urlano slogan, nè cercano visibilità. Quando Gesù ha scelto loro, non hanno rivendicato la grandezza delle donne. Sono andate al sepolcro per amore, per fedeltà, per cura.
E proprio lì, in quel gesto tipicamente femminile di prendersi cura del corpo di Cristo, ricevono la rivelazione che cambia il mondo.
La loro festa è, a mio avviso, la vera festa della donna.
E' una celebrazione della femminilità che custodisce, che non fugge davanti alla morte, che rimane quando tutto sembra perduto, che diventa la prima voce della speranza.
Le Myrofore sono il contrario della donna tossica che la cultura contemporanea propone costantemente, soprattutto ai nostri giovani.
Sono donne che non imitano nessuno, ma vivono la loro vocazione fino in fondo in modo pieno. Per questo diventano le prime annunciatrici del Vangelo.
La storia della Chiesa è costellata di donne che hanno incarnato la stessa audacia, fedeltà e pienezza delle Myrofore, ciascuna con una forma unica di generatività spirituale.
Maria Maddalena, la prima testimone del Risorto, che annuncia ciò che gli apostoli non hanno ancora visto.
Macrina, che con la sua sapienza forma due Padri della Chiesa, Basilio e Gregorio, mostrando che la teologia nasce anche da una donna.
Monica, che genera la conversione di Agostino non con la forza, ma con la perseveranza dell’amore.
Caterina da Siena, che parla ai papi con libertà e obbedienza insieme, ricordando alla Chiesa la sua identità.
Teresa d’Avila, che riforma un ordine intero con la forza della contemplazione.
Madre Teresa, che mostra al mondo la potenza della misericordia incarnata.
Pregare perché la donna non debba scegliere tra dolcezza e coraggio, tra maternità e realizzazione, tra fede e libertà.
Pregare perché la sua vocazione sia un intreccio unico di tutte queste dimensioni, purché scelte e consapevoli.
Pregare perché le donne della Bibbia, le sante, le Myrofore possano essere esempio e fondamento, attraverso le loro storie, di una verità univoca.
Pregare perché la donna non scelga di cambiare il mondo gridando, ma rimanendo fedele alla propria chiamata.
E' così che la Chiesa, quando vive davvero il Vangelo, non limita la donna, ma la rivela nella sua pienezza.
Macrina, che con la sua sapienza forma due Padri della Chiesa, Basilio e Gregorio, mostrando che la teologia nasce anche da una donna.
Monica, che genera la conversione di Agostino non con la forza, ma con la perseveranza dell’amore.
Caterina da Siena, che parla ai papi con libertà e obbedienza insieme, ricordando alla Chiesa la sua identità.
Teresa d’Avila, che riforma un ordine intero con la forza della contemplazione.
Madre Teresa, che mostra al mondo la potenza della misericordia incarnata.
Sono donne che non hanno mai cercato potere, ma hanno ricevuto autorità, e sono la prova che la vocazione femminile non è un’eccezione, ma una tradizione viva.
Vorrei fare un invito alle donne di oggi affinché l’8 marzo possa diventare un’occasione per tornare all’essenziale, non per rivendicare un potere che non appartiene alla donna, ma per riscoprire una forza che le è propria. Vi invito a pregare per tutte le donne, perché possano essere realmente libere, quella libertà che Cristo ci insegna e vuole per noi.Pregare perché la donna non debba scegliere tra dolcezza e coraggio, tra maternità e realizzazione, tra fede e libertà.
Pregare perché la sua vocazione sia un intreccio unico di tutte queste dimensioni, purché scelte e consapevoli.
Pregare perché le donne della Bibbia, le sante, le Myrofore possano essere esempio e fondamento, attraverso le loro storie, di una verità univoca.
Pregare perché la donna non scelga di cambiare il mondo gridando, ma rimanendo fedele alla propria chiamata.
E' così che la Chiesa, quando vive davvero il Vangelo, non limita la donna, ma la rivela nella sua pienezza.
Vorrei che ogni donna riscoprisse questa verità, non devi diventare altro da te per essere forte.
La tua vocazione è già la tua forza.
Cristina
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